Non è la peste e non ci rifugiamo alle porte di Firenze per restare immnuni… ma proviamo a essere i ragazzi del Decamerone e raccontiamo una piccola storia ogni giorno.. lieve,  come il peso della primavera che, mentre tutto questo inaspettato sta accadendo, si sta posando su di noi.

Avevo preso l’impegno di aiutare un amico agricoltore per l’espletamento di una pratica alla Provincia. La solita borsa da donna piena di tutto e la solita fretta, avevo preferito portare a mano la cartellina di cartone con i documenti, le ricevute dei versamenti e la marca da bollo. Un palazzo immenso quello della Provincia, due scaloni per due ali separate di uffici, quattro piani ampi e interminabili.

Cerco l ‘ufficio che mi era stato indicato e vedendo la porta chiusa, decido di andare in bagno per una inevitabile necessità che la fretta e il freddo mi avevano provocato.  Appendo la borsa a un gancio dietro la porta e poggio la cartellina sull’unico posto possibile, il lavandino. E mai l’avessi fatto perché –evidente il restauro recente e di gran gusto – un angolo delle mie carte aveva acceso la sensibilissima cellula che aziona il getto d’acqua, oltretutto talmente eccessivo da prendere a schizzare tutto.  A metà dell’espletamento delle funzioni fisiologiche acchiappo la cartella e rovinosamente i fogli si sparpagliano sul pavimento. Ok, calma, cercando di incoraggiarmi, è solo qualche goccia d’acqua! Entro nell’ufficio dove un distinto signore brizzolato, tale dott. Buraschi, mi invita a esporre la richiesta e io ancora trafelata per l’incidente, lo investo con la mia fretta, il mio giubbotto ingombrante a occupare la sedia vuota accanto alla mia, le carte sulla scrivania -ordinatissima- tutte sparpagliate e… la marca di bollo che mancava! Gli spiego tutto tra il mortificato e il divertito e lui sorridendo a sua volta mi invita a andare a recuperare la marca evidentemente caduta dopo l’allagamento della pratica. Rientro a mani vuote nella stanza ma gli propongo un’idea: qui lavora un mio amico, oggi non posso uscire, ho le bimbe piccole, la consegno a lui e domani gliela porta. Tra sorrisi e rassicurazioni ci salutiamo scambiandoci le più deliziose cordialità e mi precipito a acquistare un’altra marca da bollo per portarla al mio amico, Carluccio, il cui “nomignolo omen”, è un vezzeggiativo che lo rispecchia appieno, aspetto e indole buona, indifesa e davvero un po’ cucciola. “Mi raccomando, nel pomeriggio, quarto piano ufficio del dott… come si chiama… ?…accidenti…un signore gentilissimo Carluccio, aiutami”.

“Montemurro? Bruno?

“No, no… aspetta…aiutami, gentile ti dico, proprio adorabile…”

“Ma chi, Fiore, Martino…?…”   “No no… aspetta, caspita perchè non mi viene… ? ma così gentile …”

Carluccio, quasi sfiancato: “Lops? Ferrante? Carosso?

E al mio lampo di memoria, l’espressione atterrita negli occhi spalancati di Carluccio:

“Buraschi !”

“CHI, L’ORCO ?!?!!!”

Ho saputo in seguito che dopo la consegna della marca e la condivisione del racconto della mia disavventura in bagno son passati anche sorrisi tra il mio candido amico e il funzionario che era noto un po’ come il terrore del quarto piano. La pratica fu espletata in breve tempo e il mio amico agricoltore ebbe come richiesto i permessi che gli servivano per il suo lavoro.  E io ho potuto conoscere un orco adorabile che evidentemente, come tanti orchi, ha solo bisogno di non essere considerato tale per sciogliere la sua scorza dura.

 

Testi a cura di Stefania De Toma