ABBI CURA DI TE... SEI UN'OPERA D'ARTE®

Quando l’Arte diventa educazione alla Sicurezza

L’idea è quella di promuovere l’uso dei Dispositivi di Protezione Individuale attraverso immagini con convenzionali che non fanno leva sulla paura, ma sulla bellezza e sulla voglia di volersi bene. Grandi capolavori presenti nell’immaginario di Tutti Noi, riprodotti e contaminati da Artisti straordinari con DPI di alta qualità riconosciuta e riconoscibile per cambiarne la percezione:

“NON PIÚ UNO STRUMENTO SCOMODO E FASTIDIOSO MA UN AMICO CHE TI AIUTA A VIVERE MEGLIO…”

Due donne tahitiane (1899)

Paul Gauguin

Breve storia del dipinto originale

Due donne tahitiane, anche noto come I seni dai fiori rossi e Donne tahitiane con fiori di mango è un dipinto del 1899 che fa parte della serie dei dipinti di Gauguin ispirati alla sua permanenza a Tahiti.
Gauguin lasciò la civiltà occidentale nel 1891 per tuffarsi nel mondo apparentemente primitivo della Polinesia, un luogo libero e affascinante, così come lo aveva descritto nel XVIII secolo l’esploratore Louis-Antoine de Bougainville. Il pittore trova qui una società lontana dagli ideali europei, un mondo meraviglioso che ritrae nei suoi dipinti con forme e colori che rappresentano un’immersione nel contesto naturale oceanico.

Le protagoniste dei dipinti sono spesso donne “selvagge” in contesti totalmente privi di una cornice sociale: i quadri di Gauguin sono un paradiso terrestre di tahitiane silenziose, immerse nei suoni della natura, spesso in coppia, complici o, in alcuni casi, fisicamente vicine ma distanti nei loro sguardi pensierosi. Il paesaggio naturale di Gauguin è misterioso nella sua sensualità, lontano dai canoni occidentali e per questo di grande fascino. In un mondo esclusivamente composto da animali, alberi e onde, la (semi)nudità delle ragazze tahitiane appare come perfettamente naturale, mai forzata, una scelta in armonia con uno stile di vita privo di vincoli.
Il quadro è parte della collezione permanente del Metropolitan Museum of Art di New York e fu donato al museo da William Church Osborn, collezionista e filantropo americano.
Curiosità: questo dipinto fu vittima di un tentativo di sfregio nel 2011 mentre era in prestito alla National Gallery of Art di Washington, da cui rimase pressoché illeso.

QEOS Island (2019)

Marco Rindori

Breve storia della copia d’Autore

C’era una volta un’isola paradisiaca nel mezzo dell’Oceano Pacifico Meridionale, al largo delle isole della Società, dove viveva libero un popolo di donne e uomini dediti al canto, in piena armonia con la natura.
L’isola si chiamava Qeos Island e vi crescevano rigogliosi mille alberi di mango. Le donne praticavano l’antica arte della pesca delle perle e gli uomini pescavano pesci dai colori dell’arcobaleno. Gli abitanti dell’isola coltivavano fin dalla giovane età l’arte del canto e ogni famiglia tramandava di generazione in generazione i segreti dei canti tribali ispirati dal suono del mare.
La bellezza di quest’isola, la sua natura rigogliosa e incontaminata, avevano attirato nel tempo frotte di turisti.

E con i turisti era arrivato inesorabilmente il cemento dei resort, l’inquinamento delle acque cristalline e – ahimè – il rumore e la confusione che disturbavano la quiete e il silenzio dell’isola, elementi vitali per gli abitanti, per ascoltare i suoni delle onde e intonare i loro canti. Gli isolani si rattristirono e si “isolarono” sempre di più… Finché un giorno una delle giovani pescatrici di perle trovò sul fondo del mare una conchiglia bivalve verde e blu con quella che sembrava una strana perla all’interno. Questa scoperta generò non poco stupore e tutti si sbizzarrirono per dire la loro sulla strana perla. C’era chi diceva che era una perla scaramazza francese, chi giurava che fosse un rarissimo corallo di acropora blu.
Si trovava sull’isola un gruppo di vacanzieri di una nota azienda di distribuzione di DPI italiana. Sentendo il gran chiasso proveniente dal capannello di indigeni, uno di loro si avvicinò e con uno spiccato accento fiorentino disse: “Ma quale perla! Codesti sono gli otoprotettori anatomici Cotral!”.
Spiegò agli indigeni che si trattava di un miracoloso dispositivo modellato sulla forma del canale uditivo, capace di isolare in modo selettivo i rumori esterni. Ne descrisse tutti i vantaggi e le peculiarità e chiamò Cotral a fare i calchi su misura a tutti gli abitanti.
Questa soluzione non risolse il problema dei turisti chiassosi ma permise agli abitanti di isolare i rumori molesti, lasciandoli liberi di intonare i loro canti in santa pace. I tappi Cotral presero il nome Qeos in onore dell’isola e gli abitanti diventarono il testimonial d’eccellenza del famoso brand francese di Condé sur Noireau…