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#DECAMERON8: La giovane imperatrice e l’Uovo di Fabergè

Non è la peste e non ci rifugiamo alle porte di Firenze per restare immnuni… ma proviamo a essere i ragazzi del Decamerone e raccontiamo una piccola storia ogni giorno.. lieve,  come il peso della primavera che, mentre tutto questo inaspettato sta accadendo, si sta posando su di noi.

In Russia era diventata Maria Ferodovna ma il suo vero nome era Dagmar di Danimarca. Lo zar Alessandro aveva cercato per il suo erede una sposa degna tra i reami d’Europa. E così lo zarevic Nicolaj andò a conoscere la prescelta tra le principesse, la bella Dagmar, fanciulla dotata di grazia e tempra al tempo stesso, abile nuotatrice e amante delle arti e della danza. Dagmar si affezionò subito al giovane fidanzato. Ma Nicolaj morì prima ancora delle nozze, fulminato da una meningite, dopo averle chiesto di considerare il suo fratello minore per un matrimonio che l’avrebbe resa imperatrice di tutte le Russie, lei già così amata e apprezzata dalla sua famiglia. Ella accettò e Alessandro III la condusse in quel lontano paese, salpando da Copenaghen una mattina di settembre, salutata da una folla commossa e dalle lacrime di affetto di Hans Christian Andersen.  Amò moltissimo da subito il marito e il suo popolo ma Alessandro, che la ricopriva di doni e attenzioni, non poteva fare a meno di leggerle il velo di nostalgia che le procurava la lontananza dalla sua terra d’origine. Saputo di una certa tradizione legata alle uova preziose in Danimarca, chiamò a corte un giovane orafo, Peter Carl Fabergè, che dopo aver imparato l’arte da suo padre ne aveva superato in maestria e fantasia le doti, tanto che lo zar aveva esposto alcune sue opere nel Museo Ermitage come esempio di eccellenza dell’artigianato russo; e gli commissionò un gioiello a forma di uovo che di lì a pochi mesi fu donato a Dagmar.

Il platino dell’uovo era ricoperto del candore di uno smalto bianco che lo rendeva opalescente, come avvolto da una luce soffusa: Dagmar lo prese tra le mani con delicatezza estrema, come quel guscio fosse davvero fatto del calcare sottile pronto a frantumarsi al primo minuscolo maldestro tocco; prese a osservarlo con sguardo curioso e indagatore, gli occhi socchiusi per acuire la vista e cercare minuziosamente la chiave per comprendere il segreto in quello strano dono. Lo rigirava con cura tra le dita sottili accennando un lievissimo sorriso sulle labbra mentre la fronte gentile e candida continuava a corrucciarsi appena alla ricerca del modo in cui aprire quell’uovo, solcato al centro da un circolo lucente che ne tagliava in due il biancore.  Ed ecco, il meccanismo. Fece accompagnare una leggerissima pressione a una piccola rotazione e l’uovo si aprì. Strabuzzò gli occhi neri, stupiti di trovare quel che era prevedibile trovare in un uovo: un tuorlo, una sfera perfetta tutta d’oro, satinata in modo da risultare al tatto come rivestita da un velo impalpabile di seta. D’oro massiccio era fatto l’interno del guscio, che si rivelò ben più solido di quanto avesse potuto immaginare; facendo poi roteare tra le dita quel tuorlo tondo tondo ne intuì immediatamente l’apertura, mentre il sorriso prendeva a riempirle gli occhi. Che si fecero meraviglia pura quando, schiuso il tuorlo, apparve una piccola gallina dalle piume d’oro e di platino, con le pupille rosse di rubini accesi sulla testina di oro rosso e giallo adagiata su una pelle sottile sfrangiata di pagliuzze d’oro. Ma la meraviglia non era finita. Dagmar guardava con occhi ancor più pieni d’amore il suo sposo, quando si accorse che la gallinella aveva una specie di incrinatura lungo il piumaggio.  La aprì da una cernierina nascosta nella coda. Il cuore le batteva forte e la mano quasi le tremava quando posò nel palmo una perfetta miniatura della corona imperiale, scrigno aperto di una goccia di rubino limpido a forma di uovo, un pendente che Alessandro le mise al collo come fosse una goccia del suo cuore. Piangeva e rideva Dagmar di fronte a un gioiello che mai aveva visto così magnifico e sorprendente. E capì che la sua malinconia avrebbe avuto spazi liberi da essere riempiti con tanto amore, da ricevere e restituire al suo sposo e al suo nuovo popolo.  Aveva già cominciato a imparare la difficile lingua russa ma non passò giorno che non dedicasse alla sua gente e alla sua amata famiglia, che si arricchì ben presto di tanti figli. La stirpe e la vita felice sarebbe stata un giorno interrotta dalle tragedie della rivoluzione russa e lei sarebbe diventata la nonna scampata alla guerra alla perenne ricerca dei suoi cari e della piccola Anastasia. La leggenda del loro abbraccio ci piace immaginarla, pur sapendo che non fu reale. Ma la storia della principessa danese, del grande amore con l’imperatore Alessandro e della dedizione al popolo russo è tutta vera; come quella dell’uovo di Pasqua che fu il primo di una serie di meravigliose opere d’arte sparse oggi tra musei di Mosca e collezioni private i tutto il mondo. Perché Fabergè, vista la gioia suscitata in Dagmar, fu nominato da Alessandro “gioielliere di corte” e incaricato di realizzarne due per il giorno di Pasqua, ogni anno da quel momento in poi, con la condizione che ogni uovo dovesse essere unico e contenere una sorpresa. Ne realizzò per la corte imperiale cinquantadue, oggetti inimitabili che richiedevano mesi e mesi di preparazione, in trionfi e apoteosi di gemme e metalli preziose, smalti, intarsi, ceselli e capolavori di meccanica. Sette di essi rimangono avvolti nel mistero, mai più ritrovati dopo la rivoluzione russa. Ma ovunque oggi si trovino, insieme a tutti gli altri, portano in sé non solo una bellezza sfarzosa e magnifica, ma quel primo sorriso per illuminare il quale furono desiderati e commissionati con tanto amore.

Testi a cura di Stefania De Toma