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#DECAMERON7: I Ragazzi della Scaletta e la grotta dei cento santi

Non è la peste e non ci rifugiamo alle porte di Firenze per restare immnuni… ma proviamo a essere i ragazzi del Decamerone e raccontiamo una piccola storia ogni giorno.. lieve,  come il peso della primavera che, mentre tutto questo inaspettato sta accadendo, si sta posando su di noi.

C’è una città antica come l’uomo, anzi, no, antica come il mare. Tra gli strati della calcarenite in cui è scavata brillano fossili di stelle marine e conchiglie dalla forma di cuore. Nelle sue grotte sorgono cattedrali che anziché svettare verso il cielo si addentrano nel grembo più profondo della Madre Terra. Le sue case, novemila anni fa, erano antri sulla parete scoscesa di una gravina erosa da un torrente tenace, poi hanno preso a diventare rifugi scavati in se stessi, gli uni sugli altri e negli altri, dando forma a un abitato in cui natura e uomo sono tutt’uno. Le vicende della storia avevano trasformato quell’abitato in un luogo di miseria, degrado, malattie.

Vennero uomini politici che inorridirono e ordinarono che quei rioni venissero sfollati e la gente trasferita in case nuove e confortevoli; e li marchiarono con una sentenza di condanna, a quattro colonne, sui quotidiani di tutta Italia: “vergogna nazionale”.

I “Sassi” erano rioni dove il brulicare di sofferenza, miseria, ma anche di condivisione, di sacrificio, lavoro, di vita autentica allo stato di intensa semplicità, aveva lasciato il posto al vuoto, al silenzio, all’abbandono; mentre la natura, come intorno al castello della bella addormentata, ne aveva ripreso selvaggia il possesso, ricoprendoli di arbusti e rendendoli quasi inaccessibili.

Gli anni passavano e nella parte alta della città, chiamata “il piano”, disseminata di chiese barocche e palazzi nobiliari, un gruppo di giovani aveva dato vita in un piccolo appartamento a un sodalizio, chiamato “la Scaletta” per via della scala cui vi si accedeva, per fare teatro e inventare futuro. Affacciandosi in quei rioni abbandonati, spiraglio aperto del tempo passato, paragonati nella forma al cono del purgatorio come l’aveva descritto Dante, decisero di voler dimostrare di esser figli della storia e non della vergogna. Ripresero le orme di studiosi, artisti e intellettuali, “giganti” sulle cui spalle si appostarono come nani, con l’umiltà, l’eredità e la responsabilità di guardare più lontano. Tra le cose, ripresero le ricerche condotte per quasi trent’anni da un’archeologa venuta da lontano tra l’infinità delle chiese scavate nella Murgia. Si chiamava Eleonora e era stata la direttrice del museo di quella città. I “ragazzi della Scaletta” presero a continuare le sue ricerche, ogni domenica, a ogni tempo libero, andando a “caccia di grotte”. Un giorno uno di loro, giovane avvocato di ritorno dalla Corte d’Appello del capoluogo, soccorse su strada un contadino col radiatore del trattore sulle spalle e gli diede un passaggio dal meccanico del paesello lì vicino. “Venivo da queste parti a pascolare il gregge di mio padre e mi rifugiavo in una grotta sotto gli “occhisciacchete” – spalancati – di san Gabriele e di altri cento santi, pittati come nelle fotografie”. A quelle parole il giovane avvocato ripensò solo dopo aver lasciato il contadino, che non ci fu verso di ritrovare anche nei mesi successivi, come fosse stato un fantasma. E per i ragazzi della Scaletta furono domeniche di frenesia nello scavare, liberare antri o anfratti nascosti da sterpaglie e rovi, fitti, aggrovigliati, anche se, con l’intiepidirsi del clima, adornati dal caleidoscopico fiorire e dai profumi inebrianti della primavera sulla murgia.

Era il primo maggio di una mattina assolata. In due ragazzi e due ragazze, scendendo lungo la parete rocciosa riuscirono a addentrarsi in un’apertura ampia, che non avevano mai visto prima. Il buio era denso e gli occhi ancora accecati dalla luce del sole.  D’un tratto, da un cumulo di fogliame e sterco di pecore, la vista ormai orientata nell’oscurità, ecco affiorare visi dipinti sulla parete della grotta. E degli occhi. Eccoli, gli occhi sgranati di san Gabriele e poi san Michele, san Raffaele, la Madonna, bellissima…… e altri, altri, altri ancora… sdraiati su quell’ammasso di tempo stratificato dalla natura che aveva in parte protetto una meraviglia e presero a ridere felici, di gusto, a urlare di gioia, di giubilo puro, a chiamare a gran voce tutti gli altri, a far sapere anche al cielo che ce l’avevano fatta!

E ancora non sapevano. Quella che avevano riportato alla luce sarebbe stata identificata come la “Cripta del peccato originale” – per via del ciclo pittorico che vi è dipinto, immerso tra papaveri di cui l’autore riempì ogni spazio vuoto, meritando il nome di “pittore dei fiori” –   e che sarebbe stata considerata negli anni a venire la più bella chiesa rupestre conosciuta.  Il Circolo culturale la Scaletta è rimasto per anni e è ancora oggi un cuore pulsante di quella città, grazie anche a quanti sono rimasti giovani nello spirito e nella intraprendenza, unendosi a nuove generazioni. E quell’avvocato, a ottant’anni, della Città è diventato il sindaco, coronando un amore che dura fin da quando era ragazzo, insieme ai suoi amici.

Perché la favola è vera, come veri diventano i sogni quando si ha la caparbietà e tenacia di volerli realizzare Quella città è Matera e a partire da quegli anni i suoi Sassi hanno cominciato una vita nuova grazie alla sua straordinaria gente.

E anche grazie a quei ragazzi di sessant’anni fa  oggi da ogni parte del mondo vengono a visitarla, per la sua rinata Bellezza suggestiva e struggente e la meravigliosa  vicenda di rinascita che porta con sé.

Testi a cura di Stefania De Toma

Foto: gentile concessione della Fondazione Zetema