Non è la peste e non ci rifugiamo alle porte di Firenze per restare immnuni… ma proviamo a essere i ragazzi del Decamerone e raccontiamo una piccola storia ogni giorno.. lieve,  come il peso della primavera che, mentre tutto questo inaspettato sta accadendo, si sta posando su di noi.

Mi chiamo Franco e sono nato nel 1929 a Como, dove ho trascorso i primi anni della mia infanzia. D’estate si andava a Trani per il mare e ogni mattina mio nonno, del quale, come primo nipote, portavo il nome, accompagnava me, mio fratello e i cuginetti alla spiaggia, su di un calessino trainato da un cavallo nero. Una mattina volli accompagnare il nonno alla Fondola, un terreno di una versura di estensione dove una squadra di contadini stava scavando le buche per piantare la vigna. Avevo sette anni e una forte curiosità per le cose dei grandi; e camminando su quelle terre gli domandai come mai lui che era nato a Trani avesse messo su casa e famiglia a Como. E mio nonno, nel dialetto tranese, la sola lingua che conoscesse, prese a raccontarmi la sua storia; e la racconto come fosse lui a parlare, quasi risentissi la sua voce.  

Mio padre Pasquale era un agricoltore tranese proprietario di una decina di ettari coltivati a vigneto e oliveto e con mia madre Raffaella ebbe me e le tue due zie. Putroppo morì troppo presto lasciando la mamma e noi tre bambini ancora piccoli; non c’erano problemi economici perché oltre ai terreni avevamo una casa vicino alla bella cattedrale. Nel 1892 avevo ventidue anni e nel mese di luglio accompagnai mia madre in uno dei vigneti: la grande abbondanza di uva di quella stagione poneva il problema di dove mettere il vino della vendemmia ormai prossima avendo ancora le botti piene del prodotto della vendemmia precedente rimaste invendute per la guerra doganale con la Francia di quegli anni sui prodotti agroalimentari italiani, causa di una profonda crisi economica per tantissimi produttori. Essere rimasto l’unico maschio di casa mi aveva fatto crescere sveglio e pieno di iniziativa, forse soprattutto di coraggio, infuso anche da quella donna energica e straordinaria che era mia madre. Avevo sentito parlare del nord Italia come di una possibilità nuova per vendere vino; così, sostenuto dalla mamma, comprai a Barletta da un mastro bottaio sette fusti da sette ettolitri ciascuno e noleggiai un intero vagone di un treno merci, nel quale caricai anche un sacco di paglia che mi sarebbe servito per dormire.  Alla stazione di Bologna vidi che altri meridionali avevano avuto la mia stessa idea; pagai il treno fino a Milano ma anche lì vidi un carico di vino che veniva dal Salento; da un ferroviere mi informai se si potesse andare oltre e mi fu risposto che più avanti c’era Como e che lì finiva l’Italia.

Così ripartii; ma arrivato a Como mi sembrò di essere all’altro capo del mondo perchè tra il mio dialetto e quello comasco del ferroviere- a cui avevo chiesto aiuto per reperire un carro per le botti e un posto dove stare- non c’era verso di capirsi; a salvarmi fu un soldato di Cerignola  che da sei mesi era lì di leva e che non potè fare a meno di intervenire in quel dialogo impossibile e un po’ comico; sentita la mia storia e conoscendo il nostro vino pugliese spiegò al ferroviere che quello portato da me era vino nero buono , buono davvero e non “l’acquetta colorata che si beveva a Como”. Ebbi subito una mano a orientarmi sul da farsi e il risultato fu che dal giorno dopo vendetti una botte di vino al giorno, incassando per tre volte quello che avrei realizzato a Trani; tornai nella mia città, vittorioso e raggiante e ripartii per Como di lì a poco con due vagoni di vino comperato in parte anche da altri contadini, anche loro con il problema di fare posto per il prodotto della vendemmia imminente. Dopo il quarto viaggio disponevo di parecchio denaro e acquistai lì a Como un locale che fungeva da magazzino e un negozio dove i comaschi si mettevano in coda ogni giorno per comperare il vino che presero da subito a chiamare “Trani” perché da lì lo portavo io, ormai atteso e conosciuto. Nel 1894 avevo già un palazzo a Como e uno a Trani, dove tra un viaggio e l’altro le comari amiche di mia madre mi fecero conoscere Isabella, graziosa ragazza della quale mi innamorai perdutamente e che sposai di lì a poco; fu un matrimonio felice da cui, lo sai, nacquero cinque figli maschi -tra cui tuo padre Pasquale- e due femmine. Una volta cresciuti, con il loro aiuto mi organizzavo sempre meglio e l’azienda negli anni dal ‘20 al ‘30 era considerata come una delle più importanti nel settore vitivinicolo in Puglia e Lombardia; di lì a poco in tutta Italia.  Da quel primo negozio aprii molte osterie a Como, Cantù, Seregno, Borgovico, fino a Monza e Milano, anche per altri amici e parenti che avevano capito che al nord potevano migliorare di molto la loro condizione di vita; anche i mariti delle mie due figlie lasciarono il loro lavoro – l’uno l’unico meccanico della zona, l’altro segretario comunale -per lanciarsi nel più redditizio settore del commercio del vino. Ormai in Lombardia, fino all’estremo confine con la Svizzera, Chiasso, tutte le osterie erano chiamate “I Trani”. Beoni da taverna ne andavano matti ma il nostro vino era il più apprezzato anche da ristoranti e dalle famiglie di ogni ceto sociale, che venivano a comprarlo in damigiane.  Nei  primi anni trenta – continuò mio nonno con gli occhi accesi di orgoglio – i miei figli costituirono una società per alimentare in modo più organizzato tutto il giro di osterie che richiedevano rifornimenti tutto l’anno e aumentare la produzione del vino; nella società ognuno aveva , secondo le proprie capacità, l ‘incarico più opportuno : tuo papà  consigliere delegato,  Giannino per gli acquisti di uva, Nicola per la contabilità, Michele per la distribuzione, Cenzino come enologo per le analisi ai tagli delle uve. I miei figli, pur servendosi di cantine affittate tra Puglia e Lucania fecero costruire a Trani in meno di un anno uno stabilimento di trentamila ettolitri di capienza. La vendemmia cominciava in agosto con i vitigni del Primitivo, del Negramaro, dell’Aleatico del Salento e continuava con il nostro Nero di Troia, il Moscato di Trani, i Rosati di Castel del Monte; e si concludeva con l’Aglianico del Vulture producendo fino a settantamila ettolitri di vino. Ecco, caro Franco, la ragione per cui io sono nato a Trani e il tuo papà e gli zii sono nati a Como, concluse il nonno.

 Sono sempre stato orgoglioso di Lui, pioniere della diffusione di una eccellenza come il vino del nostro sud e modello di coraggio, intelligenza, capacità di rischiare ma con saggezza, lungimiranza e gradualità nei passi. Devo a Lui la parte migliore di me, lui che mi ha insegnato l’amore per il lavoro, il senso della responsabilità e del dovere, la generosità e le semplicità nell’apertura verso il prossimo. Nonno si faceva voler bene da chiunque. E chissà quel soldato se avrà mai saputo di aver dato una mano alla nascita di quei locali “abbastanza per male dove si andava a bere e ballare, giocare a boccette e fare a cazzotti”, i Trani a gogò, cantati da Gaber negli anni sessanta.            Franco e Stefania De Toma.