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#DECAMERON5: LA LEGGENDA DELLA PIANISTA SUL CANALE

Non è la peste e non ci rifugiamo alle porte di Firenze per restare immnuni… ma proviamo a essere i ragazzi del Decamerone e raccontiamo una piccola storia ogni giorno.. lieve,  come il peso della primavera che, mentre tutto questo inaspettato sta accadendo, si sta posando su di noi.

Siamo qui ad aspettare/che la musica si irradia dalle tue mani /che sfiorano forti e veloci / tasti luminosi di note / plana nell’aria che circonda il balcone / sul giorno che tramonta / chiuse le nostre porte al mondo / tu suoni e plachi / la nostra voglia di fuggire / a incontrare ciò che abbiamo lasciato.  Rossana Tinelli

 

Un giorno tutte le certezze dovettero esser lasciate fuori dalla porta.  Il mondo in una sequenza d’improvvisi, di paese in paese, piantò i piedi nello scorrere delle cose con una brusca frenata e rimase sospeso a mezz’aria lasciando che il nostro tempo accadesse comunque. Uno strano nemico invisibile avvolse il pianeta, attraversò deserti e oceani, si infilò negli uffici e nelle fabbriche, nelle case e nelle piazze, nelle scuole, si annidò a tradimento nei luoghi del cuore, nei baci, negli abbracci, nelle strette di mano, nelle risate e nelle lacrime, nei cammini, nei progetti, nei sogni, per nutrirsene, malefico. Quel nemico uccideva in solitudine le sue vittime intubate come palombari ma la cui nave da cui arriva l’aria d’un tratto affonda. Uccideva togliendo il respiro e i luoghi comuni, pieni di gente e intrisi di tutto ciò che sembrava normale, scontato; quei luoghi vennero svuotati dalle autorità e dal buon senso e dal sacrificio, perché il nemico non trovasse cibo di cui nutrirsi.

Si fermarono i parchi, i treni, le fabbriche; gli aerei graffiavano solo di rado la volta dei cieli in poche scie sfumate agli estremi o tuffate nei cumuli ora bianchi, ora rosati o infuocati delle nuvole.

La natura continuava a muoversi, quasi sorda, indifferente ma forse più ancora libera di esplodere in uno spazio non più contaminato dai frastuoni del mondo che sporcano la Terra. Nei grandi boschi, sulle colline, nelle acque, persino nelle città. Anche in una piccola di esse, Este, sulle rive di un canale dall’alveo sinuoso, i balconcini delle case erano orlati alle ringhiere dei tenaci ciclamini autunnali a cui andavano unendosi primule variopinte, peonie sfacciate e i primi timidi boccioli delle rose della primavera, mentre dai rami intrecciati sui muri prendevano a grondare i grappoli dei glicini.

Era lì, da uno di quei balconi, che la vita sospesa riprendeva ogni giorno, sul far della sera, il suo ritmo, al suono soave di un pianoforte: era un incontro atteso, nelle case affacciate sul canale, sulle vie dell’etere dagli schermi dei telefoni o dei computer, persino nel Cielo, dove era destinata la prima dedica per la quale Claudia suonava. I freddi erano pungenti e limpidi e l’aria tersa portava ben più lontano del vicinato le onde di quella musica; il lento scorrere delle acque e le prime rondini erano i soli suoni del silenzio che accompagnavano i notturni di  Chopin, le musiche di Morricone, i preludi di Bach e i culmini dell’Ave Maria di Gounod; le onde delle “Lezioni di piano” di Nyman e le atmosfere sognanti di Ian Tiersen e di Eric Satie, di Simon e Garfunkel. Finanche una magica “Shallow” che prese a essere accompagnata, una sera, da un flauto in lontananza, da un altro balcone.

Il freddo non la fermava, né fermava l’aprirsi delle finestre dalle case calde, alcune profumate del pane che sempre più la gente aveva cominciato a preparare con le proprie mani, imparando l’attesa e la pazienza per la prima volta;  lei , esile come un giunco, indossava strati su strati di lana e con guanti tagliati a metà delle dita ne vinceva l’intorpidimento, impedito in realtà dal  calore che risuonava dai tasti e quello che le entrava nel cuore sapendo di tutti coloro, vicini e lontanissimi , che aspettavano il suo concerto per dimenticare la paura, sopire il dolore, alleviare il sacrificio, gioire anche, di quella Bellezza . E soprattutto per non spegnere il motore di quella vita sospesa.

Ecco, l’Halleluiah di Leonard Cohen accompagna come una preghiera l’accendersi della prima stella che appare nel crepuscolo ancora roseo, Venere bella, come fosse lei “la crepa in ogni cosa da cui entra la luce”.

E quella luce illuminava dentro chiunque l’ascoltasse, l’attendeva ogni sera, permetteva a chiunque di toccare con l’anima la parola speranza.  Claudia continuò a suonare dal balconcino nel cuore di quella cittadina che nacque dove finisce il piano e incomincia la sequenza geometrica dei Colli Euganei che un tempo furono vulcani, anche quando il nemico invisibile un giorno si dissolse; la gente le restituiva il suo dono riempiendole l’anima  di amore e benevolenza, e lei, che sapeva quanto l’Amore che un giorno  l’era nato dentro le avesse salvato il suo cuore e la sua Vita,  non smise mai di dare se stessa attraverso la Musica a chiunque l’ascoltasse.

Testi a cura di Stefania De Toma