Non è la peste e non ci rifugiamo alle porte di Firenze per restare immnuni… ma proviamo a essere i ragazzi del Decamerone e raccontiamo una piccola storia ogni giorno.. lieve,  come il peso della primavera che, mentre tutto questo inaspettato sta accadendo, si sta posando su di noi.

Un giorno, anzi durante tre giornate, venne letta in una città antica come l’uomo, la Divina Commedia, tutta intera, dal primo all’ultimo verso, in luoghi che assomigliavano a come Dante aveva immaginato, forse, l’inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Tutti furono invitati, i bambini e gli anziani che la tenevano a memoria da sempre, benzinai e magnifici rettori, medici e contadini; fabbri e lavandaie, no?  come aveva voluto Dante, convinto che l’arte dovesse esser fruita da chiunque perché “illumina i cuori, infervora le menti, induce in libertà”.

Si chiesero permessi e autorizzazioni, carte e bolli e si riuscì a far diventare cantori quattro detenuti, che furono incontrati in carcere portando loro edizioni economiche del poema, quelle acquistate in gran numero per coloro che non la possedevano. Erano due giovani uomini, un ragazzo arabo e un signore maestoso, corpulento, dalla voce salda pur nel lessico stentato e semplice. Prese proprio lui il volume con estremo garbo, rispetto, come a temere di sciuparlo, quasi con la consapevolezza di avere tra le mani qualcosa di prezioso; per come lo guardava e lo teneva aperto avanti a sé, con le mani un po’sollevate all’altezza del petto, sembrava reggesse uno scrigno di gioielli. E con tono sontuoso, gonfiando il torace, provò a rileggere i versi con cui fu cominciata la “lezione”: “Nel mezzo del cammin…”.

Vennero tempo dopo i giorni della lettura. Per quattro ore e mezza al giorno la gente si alternò ognuno coi versi assegnati, senza soluzione di continuità, in un canto unico e meraviglioso che risuonò ora in un ventre dipinto di rosso dalle luci, la sera dell’inferno, poi nel cielo grigio di un pomeriggio piovoso poggiato sulla città vecchia, rotto dopo i primi versi del Purgatorio da un arcobaleno  disciolto poi  in un tramonto  infiammato, infine  ai piedi di una rupe che è una chiesa scavata nella calcarenite millenaria, immersi in un cielo azzurro e luminoso che la nebbia del mattino aveva disvelato come un miracolo, proprio come un Paradiso.

Sotto quel cielo aveva da leggere i versi il signore dello scrigno dei gioielli.  Gli venne chiesto dopo un’ora di letture se volesse approfittare come gli altri detenuti della giornata di libertà, di fare una passeggiata, andare in un bar, magari accompagnato da qualcuno dell’organizzazione, fino al momento del suo turno.  Ebbe un sorriso che era ancora più grande del normale, con quelle finestre aperte tra i denti rovinati. “Resto qui”, disse. “Io una cosa così bella non l’ho mai vista”.

I suoi versi e quelli del ragazzo arabo erano del canto trentuno, a partire dal centodiciottesimo verso. Fece parte di quell’incanto con emozione e possenza.   Sei mesi dopo quella meraviglia diffusa in una città intera quel signore uscì dal carcere e di lì a pochi giorni fu ammazzato dall’esponente di un clan rivale. Ci furono lacrime per quella vita sgangherata messa in un’anima che avrebbe potuto essere gentile, leggere poesia, magari scriverne, produrre Bellezza, quella che aveva riconosciuto e di cui una mattina di ottobre aveva potuto godere. E se la fatica di quell’impresa produsse la cosa più bella mai vista da quell’uomo, era valsa la pena di accollarsela, per tutti coloro che ne avevano voluto la realizzazione.

Poi, nel tempo, riletti i versi che gli erano stati affidati, fu un attimo pensare che Dante li avesse scritti forse proprio per lui. “Una bellezza che se sapessi esprimermi a parole quanto so sognare neanche potrei descrivere”:

“…e a quel mezzo, con le penne sparte,

                                   vid’io più di mille angeli festanti,

ciascun distinto di fulgore e d’arte.

Vidi a lor giochi quivi e a lor canti

ridere una bellezza, che letizia

era ne li occhi a tutti li altri santi;

e s’io avessi in dir tanta divizia

quanta ad imaginar, non ardirei

lo minimo tentar di sua delizia.  “

Di scintille ne furono innescate tante in quella lettura comune e generarono esplosioni di meraviglia nell’anima di migliaia di persone, anche in altre città, in seguito.  Ma tra tutte quella del boss del Sud è la stella che ha brillato più di tutte, in una vita buia.

Testi a cura di Stefania De Toma