Ortucchio è un paesello nel cuore d’Abruzzo che sorse su un isolotto di quel che fu il lago Fùcino. Fu chiamato così perché assomigliava a Ortigia, l’isola di Siracusa. E anche da quel paesello, attraversando il mare, ai primi del novecento arrivarono in America giovani famiglie alla ricerca di un futuro più prospero per i propri figli.

Come Alfred Zampa. Lui nacque in California, ma con la tempra forte dei marsicani; e a vent’anni era già un esperto ironworker, operaio del ferro. Aveva avuto notizia dell’approvazione del progetto per realizzare il ponte che avrebbe collegato la baia di San Francisco all’ Oceano Pacifico e non ebbe esitazioni a presentarsi per quell’ impresa già ammantata di leggenda prima ancora che ne incominciassero i lavori. Undici dollari al giorno, nel periodo in cui ancora gli States versavano nella grande depressione, era una paga più che dignitosa per un lavoro che sarebbe durato certamente una manciata di anni.

Faceva paura, l’oceano, all’ idea di doverlo cavalcare; ma esaltava all’ idea di poterlo domare, con quella sella che sarebbe stata sospesa tra due torri innalzate verso il cielo e affondate nella terra. Era il ponte che a detta di tutti non sarebbe mai potuto essere costruito benché ne fosse riconosciuta l’utilità. Avrebbe collegato la città di san Francisco a quel grappolo di contee tra cui spiccava quella di Marin, luogo dalla bellezza e dalla attrattiva turistica e commerciale potente già all’ epoca grazie a città incantevoli e allo stesso tempo dalla forte vocazione imprenditoriale come Sausalito.  Era impossibile fare un ponte lì -si discuteva da più di un decennio- perchè il Pacifico era un leone potente che ruggiva e ululava di venti impetuosi, una sentinella impenetrabile nell’isola di Alcatraz; che celava ogni visuale con nebbie fitte e foschie dense per periodi lunghissimi e lambiva coste emerse di faglie barcollanti e instabili dall’ origine del mondo.

 Il Wall Street Crash, la crisi del ‘29, oltretutto impediva la sola ipotesi di finanziamento statale di quell’ opera, preventivata per trentacinque milioni di dollari.

Poi arrivò Joseph Strauss. Visionario, impavido, dal genio e dagli intuiti che lo avrebbero reso l’unico uomo capace di realizzare quel sogno così audace.  Reduce dalla costruzione di tanti ponti, nessuno dei quali sospeso, mise insieme una squadra di ingegneri, tecnici e matematici tra i migliori del paese; e coinvolse le popolazioni delle sei contee che avrebbero avuto vantaggi e benefici dalla costruzione del ponte, tanto da indurle a ipotecare le loro proprietà e attività commerciali a garanzia del denaro necessario alla costruzione.  Sì, rischiando i beni privati per un’opera pubblica che avrebbe prodotto economia, lavoro e futuro per tutte le contee!  Ad Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy divenuta poi Bank of America, bastò solo una domanda rivolta a Strauss: “Quanto durerà questo ponte?” “Per sempre”, gli rispose.  Offrì un credito di cinque milioni di dollari all’impresa di costruzione, sicuro che fosse quella la strada per combattere la depressione economica.

 Tutto prendeva forma ogni momento di più; Strauss sentiva di essere il punto focale di una svolta verso un futuro più florido non solo per le popolazioni delle contee ma per l’intero stato, forse per tutta l’America. Amò quei coraggiosi uomini che si presentavano per essere assoldati da prima di conoscerli: ne immaginò la forza, il coraggio, l’impegno, ma anche le loro famiglie, consapevoli dei rischi cui sarebbero andati incontro, viste le stragi di operai che da decenni avvenivano nei cantieri dei grattacieli delle grandi metropoli, di quelli delle strade sopraelevate, delle immense fabbriche. Dei ponti, appunto.

E previde per loro -già nel progetto- una rete metallica che avrebbe camminato di pari passo al procedere della costruzione e che sarebbe servita a impedire le accidentali cadute in mare. Sarebbe stata più lunga e più larga rispetto all’ avanzamento del ponte.  Fece in modo inoltre che ogni giorno gli operai avessero a disposizione succo di crauti per smaltire i postumi delle sbornie serali e creme e pomate speciali per proteggere mani e viso dallo sferzare dei venti. E ancora, rese obbligatori per tutti gli elmetti di protezione, fatti all’interno di pelle e tela e forniti dalla storica azienda Bullard, orgogliosa ancor oggi di riconoscere il cantiere del Golden Gate come la prima Hat Hard area ufficiale; il fondatore dell’azienda li  aveva creati inizialmente per i minatori, ispirato da cappelli da cuoco visti durante la Grande Guerra.

Al Zampa e gli altri operai lavoravano consapevoli di far parte della storia di una impresa titanica e non rallentavano  il ritmo neanche con il sopraggiungere delle nebbie o con le violente sferzate dei venti, muovendosi con passi “bagnati e nebbiosi”. Quei passi potevano essere traditori e un giorno il vuoto trascinò con sé Al Zampa e cinque compagni.

Tre giri all’indietro, un vortice infinito, “ecco sto morendo, ora sarò inghiottito dagli abissi, non vedrò mai il mio ponte, mai più la mia famiglia…”.  L’elmetto, gli attrezzi, gli estremi di quei cavi fatti di corde d’acciaio lunghi tanto che avrebbero potuto avvolgere tre volte la terra, vestirono di un frastuono metallico l’impatto del corpo contro la rete. Aveva funzionato… “sono vivo, vivo, sospeso sull’oceano, un funambolo salvato dalla rete, qui, a metà tra il ponte e l’Inferno”.

Già, l’inferno. Questo si diceva di chi precipitava nell’oceano; che sarebbe finito dritto dritto all’inferno.

Al Zampa era diventato un eroe, vivo.  Di sicuro sarebbe stato lì, il giorno della apertura del ponte, a festeggiare, a esultare, a assistere alla meraviglia negli occhi di migliaia di persone. Sarebbe venuta la televisione, gli avrebbero conferito una onorificenza, insieme agli altri salvati dalla rete, sarebbe diventato celebre. Ma un eroe, se sopravvive alle sue imprese, ha delle responsabilità – pensò Al Zampa- e pochi mesi dopo l’incidente, invece di godersi la gloria era di nuovo lì, a fianco di quella straordinaria squadra di rugged men, di quella legione di uomini forti guidati dall’ ingegner Strauss. Al Zampa era ancora ricoverato quando ebbe l’idea di creare un’associazione che riunisse gli operai salvati come lui, come simbolo di quanto fosse importante proteggere chi lavora nei cantieri, per permettere loro di tornare a casa, di lavorare ancora per il proprio paese. Nacque il club “Half way to hell”, composto da coloro che erano stati salvati dalla rete a mezza strada dall’inferno. Alla fine della costruzione erano in diciannove. Per undici operai la rete non era bastata, trascinata nell’oceano dal crollo di una piattaforma. Ma loro, per decenni, sono rimasti testimoni orgogliosi del fatto che non c’era nessun ponte come il Golden Gate e non era mai stato fatto un lavoro come “il lavoro di costruirlo”.

Ad Al Zampa, che ha dedicato la sua lunga vita a costruire ponti, ne è stato intitolato uno dopo la sua morte, uno dei due negli Stati Uniti dedicati a un italiano, oltre quello di Giovanni da Verrazzano; e a Joseph Strauss, l’uomo che inventò la sicurezza nei cantieri, fu eretta una statua e dedicato un memorial che sorge all’ingresso del ponte. Era anche un poeta, dedicò versi alle sequoie e alle foreste dagli alberi rossi. E ne scrisse sull’impresa che per lui aveva costituito il sogno, il culmine di un ‘intera esistenza.  “…Chiedete loro di quando incontrarono il nemico, di quando si sentirono soli e la fiducia vacillava, chiedi loro cosa costò tutto questo. Chiedete dell’acciaio, ogni puntone e ogni cavo, del fuoco che cerca, che purifica, chiedete alla mente, alla mano, al cuore, a ogni briciola di coraggio di ciò che ha dato loro forza e potere.”

Il Golden Gate è lì, a fare da porta all’oceano; dell’oro non ha il colore ma la lucentezza, l’energia, la Bellezza. La pressione dell’aria e la forza del vento sono raccolte e trasformate in decibel per dare la sua voce ai naviganti; ma quella voce del vento forse racconta le storie dell’umanità che l’ha costruito, che l’attraversa, che lo vive o ne muore. Esaltante, qui, averne raccontato un po’ della sua.

 

Testi a cura di Stefania De Toma