Non è la peste e non ci rifugiamo alle porte di Firenze per restare immnuni… ma proviamo a essere i ragazzi del Decamerone e raccontiamo una piccola storia ogni giorno.. lieve,  come il peso della primavera che, mentre tutto questo inaspettato sta accadendo, si sta posando su di noi.

Avevo appuntamento con un poeta del quale mi era stato riferito un fare informale, abbigliamento da gita in una faggeta d’autunno e in particolare un berretto con la visiera al contrario. Arrivo -puntuale, cosa non frequente per me- sul terrazzino dell’albergo affacciato nella piazza giù al Sasso Barisano , a passo svelto e col cuore in fretta di chi sta per incontrare una persona speciale, una “faccia” dei suoi tanto amati libri e …lo vedo, già lì, quasi  sprofondato sulla seggioletta in ferro battuto bianco, il piede destro sul ginocchio sinistro, il giubbotto scuro decisamente sportivo e soprattutto quello, il particolare certo: il cappellino con la visiera girata sulla nuca.

Ma, poggiato lui lo sguardo un istante su di me, lo ritirò subito dopo. Eppure, aspettava una donna, a quest’ora. Sono donna e l’ora è questa. Magari -penso- è distratto dagli occhi neri delle grotte della murgia che lo guardano di fronte oppure mi ha scambiato per una turista che rientra in camera o magari ancora ha già dimenticato la nostra bella telefonata… gli sorrido, lui mi guarda un po’ sorpreso e risponde con un cenno e io mi avvio, un po’ imbarazzata, verso l’ingresso dell’albergo. Torno indietro, lo guardo, gli sorrido ancora, un po’ più tenuemente, abbassando appena il capo, e cerco di osservarlo un po’ meglio. La barba, sì, aveva la barba nelle foto, lo stesso volto pieno e lo sguardo indagatore ma…. mi sorge un’ombra di dubbio quando vedo i pantaloni sporchi di calcinacci e le scarpe da lavoro…

Lui intanto si raddrizzava sulla sedia mettendosi più composto, sollevando gli occhi verso di me più volte in frammenti di attimi e armeggiando col telefonino preso dalla tasca.  Casual finché vuoi…ma, mi dico, addirittura le macchiette di calce….

Entro nella hall e fugo ogni dubbio.

E saluto con un cenno di sorriso -allontanandomi e voltandomi un attimo –   l’operaio che stava aspettando la paga della giornata dall’impiegato dell’albergo e magari aveva fantasticato su di me che l’avevo puntato e guardato di sottecchi per un po’.  E mi accoccolo ridendo di me sui gradoni a fianco mentre il mio poeta – senza berretto- arrivava trascinando un trolley e sentivo lo scoppiettare della motoretta dell’altro che si allontanava.

Su quei gradoni, mentre i fiori del vento giocavano a farmi cucù baaaa dal parapetto, ripensai a una poesia di Sinisgalli. Si chiama “La visita di Pascal”.

Pascal venne col solleone

a casa nostra

in sembianza di lattaio.

Non c’era la bottiglia.

E fece scivolare

sotto la porta di servizio

un breve saluto

scritto con un mozzicone di matita:

“Non ò trovato il vuoto”.

 

Testi a cura di Stefania De Toma